Viaggio in Armenia, dove l’Oriente si mescola con l’Occidente (Vanity Fair 14.06.24)

uando arriviamo in un posto nuovo, lontano da casa, dalla nostra cultura, la prima cosa che notiamo di solito sono le differenze: i cartelli scritti con un altro alfabeto, il colore della pelle più chiaro o più scuro del nostro, un caldo costante o tanto altro; mano a mano che il tempo passa si scava più in profondità, le differenze si riducono e lasciano emergere l’essenza di un luogo. Nel mio viaggio in Armenia è successo proprio così.

All’arrivo di notte, la prima cosa che noto sono le scritte in un alfabeto mai visto: in Armenia si parla una lingua di ceppo indo-europeo, ma che non condivide nulla con altre lingue. L’alfabeto, di 36 lettere a cui ne sono state aggiunte altre 3 nei secoli successivi, è stato creato nel 405 da Mesrop Mashtots e pare che sia uno dei più completi a livello di suoni, per questo per gli armeni è molto facile imparare altre lingue. In effetti, nei giorni seguenti mi accorgo che la maggior parte delle persone che incontro parla almeno 3 lingue: armeno, russo e poi farsi, inglese, francese o anche italiano. I bambini imparano nei primi 3 anni di scuola 3 alfabeti, il loro, quello cirillico e il nostro latino.

Cascade nella capitale dell'Armenia Yerevan

Cascade nella capitale dell’Armenia, Yerevan

So davvero poco dell’Armenia alla partenza: siamo nel Caucaso, un territorio che separa geograficamente Europa e Asia, ma che allo stesso tempo li unisce. Quindi viaggiando in strada si vedono sfrecciare moltissime Lada Zhiguli in condizioni più o meno buone e accanto, soprattutto nella capitale, tante Mercedes.

Il Paese confina a nord con la Georgia, a est con l’Azerbaijan, a sud con l’Iran e a ovest con la Turchia. Di questi 4 vicini, due sono protagonisti di episodi terribili della storia dell’Armenia, geograficamente «colpevole» di essere in una posizione strategica per il passaggio delle risorse. La Turchia è stata la responsabile del genocidio di inizio XX secolo e l’Azerbaijan si è conteso per anni la regione separatista del Nagorno Karabakh con l’Armenia e dopo la guerra del 2020 in cui sono stati uccisi migliaia di giovani armeni, lo scorso settembre (2023) è stato preso il controllo dell’ultima parte del Karabakh, l’Artsakh – sotto cui si riconoscevano oltre centomila armeni, sfollando migliaia di persone, nel silenzio mondiale. Oggi, per l’Iran l’Armenia è un alleato importante per «aggirare» l’embargo. Non basta una settimana per affrontare tutti gli episodi storici che riguardano questo Paese, ma è senz’altro sufficiente per farsi un’idea del suo popolo.

Viaggio in Armenia, la culla del Cristianesimo

L’Armenia è conosciuta come culla della cristianità perché è stato il primo Paese ad aver introdotto come religione il Cristianesimo. È un legame fortissimo quello con la religione, infatti come prima lettera dell’alfabeto è stata scelta l’iniziale della parola Dio e come ultima la Ch di Cristo.

In ogni monastero i fedeli accendono la propria candela

In ogni monastero i fedeli accendono la propria candela

C’è un luogo che rappresenta l’inizio della storia cristiana armena ed è il monastero di Khor-Virap, quasi al confine con la Turchia, esattamente di fronte al Monte Ararat. Montagna sacra per gli armeni, si dice che su di esso si sia incagliata l’Arca di Noè. Stalin, a inizio Novecento, in cambio della città di Batumi, sul Mar Nero, oggi in Georgia, regalò il Monte Ararat alla Turchia: «Era il nostro simbolo e l’abbiamo perso – ci dice la nostra guida Arpine -. Ci consoliamo con l’avere la vista più bella». C’è una nostalgia nelle sue parole, la stessa che scorre tra il popolo armeno per una terra che c’era e che hanno perso. Pezzo dopo pezzo, guerra dopo guerra, sterminio dopo sterminio. Guardando una mappa antica la nostra guida ci racconta che oggi l’Armenia è grande un decimo rispetto al periodo di massima espansione. Impressionante soprattutto perché molte delle perdite sono recenti.

Il monastero di KhorVirap sotto il Monte Ararat

Il monastero di Khor-Virap sotto il Monte Ararat

«In estate quando fa molto caldo e arriva un po’ di aria, diciamo che è il vento che ci manda l’Ararat per consolare i nostri cuori». Sono frasi e concetti come questi che fanno capire l’essenza delle persone armene: un popolo ferito e depredato, ma anche testardo e resiliente. E questo loro carattere si «materializza» nella melodia struggente del duduk, una sorte di oboe, costruito con legno di albicocca – frutto simbolo dell’Armenia – e che è diventato patrimonio immateriale dell’Unesco. Lo andiamo a sentire a casa di Karen Hakobyan, uno dei più importanti liutai del Paese che nel cortile di casa sua accoglie i turisti, raccontando e suonando questo strumento che accompagna tutte le celebrazioni.

I monasteri più belli dell’Armenia

Un viaggio in Armenia significa visitare i suoi monasteri: bellissimi, remoti, nascosti tra le montagne. Il più bello è senz’altro quello di Noravank importante centro religioso e culturale del XII secolo che si trova alla fine di una stretta gola rocciosa. Il complesso è spettacolare non solo per la sua posizione, ma anche per la raffinatezza delle sue decorazioni, specialmente il bassorilievo del portale della chiesa di santo Stefano con un Dio con gli occhi a mandorla. Questa è stata una delle strategie che gli armeni hanno usato per salvare i loro monasteri dalle invasioni: quando c’erano i Mongoli Dio venne raffigurato con i loro lineamenti in forma di rispetto, durante le invasioni persiane, invece, i portali vennero decorati solo con fiori, frutta e animali, rispettando la tradizione islamica di non raffigurare il volto di Dio.

Il monastero di Noravank

Il monastero di Noravank

Nel bellissimo monastero di Geghard, sito UNESCO, fondato nel IV secolo da San Gregorio l’Illuminatore, in parte scavato nella roccia – i portali hanno anche la tipica forma a punta islamica. «Siamo caparbi – dice Arpine – abbiamo sempre trovato il modo di resistere». C’è sempre un’alternativa: non è vero che l’unica reazione possibile a un’ingiustizia sia rispondere con altra ingiustizia.

Il monastero di Ghegard scavato nella roccia

Il monastero di Ghegard, scavato nella roccia

L’Ararat, il Monte perduto

Oggi il confine via terra con la Turchia è ancora chiuso, ma da qualche anno finalmente gli armeni hanno avuto il permesso di salire sul «loro» monte perché fino agli anni Ottanta per loro era off limits. Come fosse un punto cardinale, il Monte Ararat – che dà il nome a molte cose in Armenia: una birra, una squadra di calcio, un vino, un cognac… – si vede anche dalla capitale Yerevan. I punti più panoramici della città sono il memoriale del genocidio che visitiamo il giorno prima della Giornata della Memoria (24 aprile) e assistiamo a un momento commovente in cui centinaia di bambini e ragazzi studenti si recano per portare un fiore attorno alla fiamma che arde. L’altro punto da cui si può vedere l’Ararat e la città dall’alto è al Parco della Vittoria dove si trova la statua di Madre Armenia (a 1.100 metri di altitudine), una figura minacciosa e armata, rivolta verso la Turchia che sembra dire «anche le donne sono pronte a difendere il nostro Paese».

La statua di Madre Armenia

La statua di Madre Armenia

La capitale Yerevan

Yerevan è una città verde, giovane e vivissima, ed è chiamata anche città rosa per la tonalità del tufo con cui è costruita la maggior parte dei palazzi del centro. Piena di ristoranti moderni e di tipi diversi di cucina, di locali e di musei che raccontano la ricca (e tragica) storia di questo piccolo Paese del Caucaso, è una città che sorprende. Da piccolo villaggio quale era, negli anni Venti è stata riprogettata e ricostruita con l’idea di renderla una città verde e piena di luoghi d’incontro. Perché gli Armeni più che individui si sentono famiglia.

Cascade una delle zone più vive della città insieme a piazza della Repubblica

Cascade, una delle zone più vive della città insieme a piazza della Repubblic

Una delle zone più vivaci della città è Cascade che è in realtà il nome della scalinata nella zona nord della città, che unisce il centro con i quartieri alti e la cui costruzione è iniziata in epoca sovietica, ma che è rimasta incompiuta per molti anni. Salendo le scale (ci sono anche quelle mobili) si apre una vista spettacolare sul Monte Ararat e sul centro di Yerevan. Dalla fine di aprile alla fine di ottobre è il periodo migliore per visitare la città: la scala diventa un’enorme fontana a cascata e le strade si riempiono di persone sedute nei caffè o ristoranti.

All’interno dell’edificio di Cascade si trova il Cafesjian Center for the Arts che ospita mostre temporanee, spettacoli e concerti; in cima, nel Parco della Vittoria, svetta l’enorme statua minacciosa di Madre Armenia che, guardando verso la Turchia, impugna una spada. Il messaggio è chiaro: «Anche le donne sono pronte a prendere in mano le armi se fosse necessario». La statua è un riferimento chiaro al terribile genocidio.

A Yerevan il posto per portarsi a casa un ricordo è il mercato Vernissage con tanto artigianato e anche vintage

A Yerevan il posto per portarsi a casa un ricordo è il mercato Vernissage con tanto artigianato e anche vintage

Cucina armena, impossibile non amarla

Altra sorpresa nel viaggio è la cucina armena. Difficile che non incontri i gusti dei viaggiatori: a Yerevan è possibile mangiare in molti ristoranti di livello medio-alto, ma anche fuori dalla capitale e nei villaggi più piccoli si mangia cibo di ottima qualità, principalmente biologico. Ogni pasto in Armenia inizia con pane lavash (bene immateriale dell’Unesco) e formaggio, che vengono serviti insieme ad altri antipasti a base principalmente di verdure. Successivamente vengono portate in tavola le portate principali, spesso di carne, ma ad esempio nella zona del Lago Sevan, il più grande bacino alpino d’acqua dolce dell’area a circa 1.900 m di altitudine, si mangiano anche molti piatti di pesce locale. Sebbene alcuni piatti possano sembrare familiari (tabbouleh, dolma e spiedi di carne…), ognuno ha un tocco decisamente armeno. Si brinda sempre con del buon vino: la viticoltura armena è una delle più antiche al mondo e per gli appassionati sono tante le opportunità di enoturismo.

Viaggio in Armenia il paese resiliente in equilibrio tra Oriente e Occidente

Mi era chiaro fin dall’inizio che il mio viaggio in Armenia sarebbe stato interessante, ma l’accoglienza e l’ospitalità delle persone che abbiamo incontrato l’hanno reso indimenticabile. Dalla famiglia incontrata al passo di Selim, dove si trova il caravanserraglio della Via della Seta che ha aperto il baule della sua Lada e ci ha offerto spiedi di carne e vodka per brindare, alla guida e l’autista salutati con abbracci fraterni alla fine del viaggio, ho visto quanto sia generoso il cuore degli Armeni.

Organizzare il viaggio in Armenia

WizzAir vola dall’Italia da Roma, Venezia e Milano con più voli alla settimana verso Yerevan.

Per spostarsi all’interno del Paese si può considerare di noleggiare un’auto o ancora meglio è affidarsi a piccole agenzie locali che accompagnano in tour personalizzabili. Consigliatissima è una giornata in montagna, nella zona della bellissima Dilijan, che è anche Parco Nazionale: l’Armenia è un Paese di montagna e non si può non salire in cima a una vetta per ammirare queste vette selvagge.

Come si diceva, si mangia bene ovunque. Qui alcuni ristoranti da provare:
a Yerevan: casa-museo Lusik AguletsiMOVMayrigVostan;
nella zona di Dilijan e del Lago Sevan: Dilijazz Hotel (ottima cucina e come hotel), Tsaghkunk Restaurant & Glkhatun (che possiede un forno tradizionale per preparare il pane lavash) e Tsaghkunk Chef House.

Degustazioni:
Old Brige Winery a Yeghegnadzor Vayots che è anche vicina al sito archeologico delle grotte di Areni, dove sono stati trovati anche un torchio per il vino, vinaccioli, brocche e tini di fermentazione di 6.100 anni fa, che costituiscono il più antico sistema di produzione del vino del mondo;
Fattoria della famiglia Mikayelyan Family Farm, alle cantine sotterranee per la stagionatura dei loro formaggi artigianali.

Per informazioni complete sul Paese, www.armenia.com

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