Non ci sono solo gli affari. Il Molokano: «Sono scemo a confidare che sia l’Europa a salvare l’Armenia dai piani turco-azeri?» (Korazym 08.06.24)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 08.06.2024 – Renato Farina] – Mi appare improvvisamente, datato 20 maggio, questo messaggio su X, che gli esperti mi dicono essere il nome attuale di Twitter: «I am very proud to serve our Country as the Ambassador of Italy in Baku. Together Embassy and the Italian Trade Agency, we will work co further strengthen relations between Italy and Azerbaijan in all areas of common interest, in order to build solid and lasting bridges between the two Countries».

È firmato dall’appena insediato nella sua sede caucasica Luca Di Gianfrancesco, e non vi offenderete se mi permetto di fornire la traduzione dettata da Google alla mia ignoranza molokana: «Sono molto orgoglioso di servire il nostro Paese come Ambasciatore d’Italia a Baku. Ambasciata e ICE (Istituto Commercio Estero) lavoreranno insieme per rafforzare ulteriormente le relazioni tra Italia e Azerbajgian in tutti i settori di interesse comune per costruire ponti solidi e duraturi tra i due Paesi».

Per prima cosa gli affari? Non sono tanto ingenuo da non sapere come funzionano le cose del mondo. Le cose del mondo sono i «ponti» costruiti sul traffico delle merci, gas e tecnologie, e va bene, molto bene. Ma le cose mondo sono soprattutto le persone, la loro libertà, il diritto di vivere nella loro terra senza esserne strappati via come animali infetti. Per lasciare spazio a forniture che aumenteranno forse il Pil ma se comportano l’assenso al male e la cecità di fronte alle ingiustizie, defraudano l’anima di chi accumula nel proprio granaio riserve mortifere.

Vorrei chiedere all’Ambasciatore di evitare per pudore un giro coi notabili di regime nel Nagorno-Karabakh (l’Artsakh in lingua materna) da cui sono stati cacciati via gli Armeni Cristiani, abbandonate le loro vigne, rubati i pendii profumati di timo e preghiere, resi deserti i 400 monasteri. Non ci vada, resista per un po’, almeno per qualche mese, non sospenderanno le forniture di metano, devono pur usare i gasdotti che arrivano da voi in Italia.

Le cose del mondo sono anche i rumori della guerra lenta, paziente, da roditori furbi e ostinati, che nell’indifferenza dell’Europa e ahimè temo con compiacimento del vostro governo di Roma, stanno spostando ogni giorno le linee di confine conquistando centimetro su centimetro di territorio della Repubblica di Armenia. Accade vicino al mio villaggio, piccolo residuo di fede antica davanti alle ganasce turco-azere.

Il miracolo di Maria

Teresa Mkhitaryan raccoglie le testimonianze di miei fratelli estromessi dalle loro case e ancora inseguiti. Mi colpisce come non ci sia alcun odio ma dolore e speranza insieme. Ha scritto [QUI]: «Lo dico sempre che la speranza di noi cristiani non dipende dalle circostanze della vita, ma è nel Signore, che è al di sopra di tutte le circostanze. E poi è successo il miracolo con la nostra Maria. Una bravissima ragazza che andava in Artsakh alla scuola domenicale (l’oratorio, si direbbe da voi) e adesso è scappata in Armenia e vive a un chilometri dalla frontiera con l’Azerbajgian, nel villaggio di Movses. Ora lei va alla scuola domenicale di questo villaggio. In aprile gli Azeri hanno cominciato a bombardare il villaggio a mezzanotte e hanno continuato fino alle 4 del mattino. Miravano alla chiesa del villaggio. La nuova casa di Maria e della sua famiglia sta vicino alla chiesa. E hanno colpito la casa di Maria e la stanza proprio dove dormiva Maria. Le finestre, la parete sono state danneggiate. Ma la cosa bella è che a Maria, che era nel suo letto, non è successo niente, ha continuato a dormire, non si è accorta. Solo al mattino ha visto che le finestre della stanza non c’erano più». È stata una grazia più forte della dis-grazia.

Intanto in Erevan, la capitale, c’è tensione, si scontrano visioni diverse sulla strada da intraprendere per il bene del nostro popolo le cui sacche di memoria traboccano di lacrime e sangue. La posizione del Primo Ministro Nikol Pashinyan obbedisce ad essere un realismo amaro. Trattare con il più forte, cedendo anche qui e là villaggi all’Azerbajgian, pur di arrivare a definire confini definiti e sicuri.

Il passo da affrettare

Guidato da un Arcivescovo metropolita della Chiesa Apostolica Armena, Bagrat Srpazan, è sorto nella provincia nord-orientale di Tavush, a pochi chilometri da dove vi scrivo, un movimento «per la salvezza della Patria», che si oppone alle «concessioni fondiarie», in realtà formule che maschererebbero cedimenti alle minacce di Baku. «Non è sbagliato, è illegale. Secondo la costituzione queste modifiche territoriali vanno sottoposte a referendum», dicono gli oppositori. Sostengono che se ti fai agnello il lupo turco ti mangia. Li comanda un vescovo ma non accettano la definizione di movimento religioso, rifiutano la violenza, e negano di essere appoggiati dalla Russia come sospettano i sostenitori di Pashinyan, che li accusano di favorire una destabilizzazione, che aprirebbe le porte a un intervento di Mosca.

Pashinyan sta sul filo tra le montagne. Di chi può fidarsi? Chi tutelerà l’Armenia da una soluzione finale progettata per essa dall’ imperialismo turco appoggiato purtroppo da Viktor Orbán che ha cantato davanti a Erdoğan l’origine comune da Attila (sul serio!)?

Egli cede un pochino per volta alle richieste azere per non innervosire troppo il dittatore Ilham Aliyev (foto di copertina). Compra tempo, coltivando il disegno di entrare nella Unione Europea. Il Direttore di Politico gli ha chiesto quando spera si realizzi questo sogno. Ha risposto con una battuta: «Quest’anno». Un modo per non farsi prendere troppo sul serio, e non provocare un’aggressione russa. Spera in un segnale forte da Brussel: e che Erevan riceva il sostegno del Fondo per la Pace dell’Unione Europea, lo ha detto a maggio al «Vertice sulla democrazia di Copenhagen». L’Ungheria ha posto il veto chiedendo per toglierlo, che si dia denaro anche all’Azerbajgian. Pashinyan ha allora allargato lo sguardo: «Ora collaboriamo con l’India, la Francia e altri Paesi nel campo della sicurezza. E ora abbiamo un “partenariato” simile con l’Unione Europea».

Aspetta e spera. Sono scemo a confidare in una amicizia forte dell’Italia che affretti il passo europeo verso l’Armenia? Tutto dice il contrario. Mi viene da dire forza Giorgia, ma sono un illuso?

Il Molokano

Questo articolo è la versione integrale di quanto è stato pubblicato sul numero di giugno 2024 di Tempi in formato cartaceo e sulla edizione online Tempi.it [QUI].

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