Lo spiraglio dell’Armenia. Vista dal Caucaso, l’Europa non è da buttare via (Haffington post 29.03.25)
Negli ultimi venti anni, pur con i suoi limiti, l’Ue si è allargata a macchia d’olio non per spirito di conquista, ma per rispondere a una domanda diffusa di stabilità e sviluppo.
La vecchia Europa, dileggiata all’est e insultata a ovest, ha ancora qualcosa da dire e da offrire. Chi fugge da guerre o dalla fame e insegue il sogno o il miraggio di un’esistenza dignitosa non guarda alla Russia né alla Cina, si aggrappa all’Europa. È evidente, lo sappiamo da anni, ma non c’è solo questo. C’è l’attrazione che l’Europa esercita su popoli e Stati assetati di libertà e progresso, vogliosi di orizzonti più rassicuranti. Negli ultimi venti anni, pur con i suoi limiti, l’Ue si è allargata a macchia d’olio non per spirito di conquista, ma per rispondere a una domanda diffusa di stabilità e sviluppo. Il racconto dell’espansionismo imperialistico lasciamolo ad altri.
Ora, in una stagione di guerre e tensioni, ai bordi dell’Europa qualcosa si muove a piccoli passi in una direzione opposta alla disintegrazione. Con pazienza e intelligenza si costruisce un percorso di pace e si intravede con speranza un possibile ancoraggio all’Europa. Dopo anni di scontri armati e contrapposizioni frontali, la diplomazia torna a essere protagonista, rivitalizza il negoziato e mette a segno qualche punto nel lungo conflitto tra Armenia e Azerbaigian, costato molte vittime e da ultimo l’esodo forzato di centoventimila armeni dal Nagorno-Karabakh.
Con una laboriosa trattativa, è stato definito il testo di un accordo tra Erevan e Baku, di cui al momento si attende solo la firma. È la base per una normalizzazione dei rapporti bilaterali, a valle della offensiva militare azera che a settembre del 2023 ha completamente spazzato via tutti i centoventimila armeni dalla regione contestata del Nagorno-Karabakh. A Erevan l’esodo forzato degli armeni, costretti a riparare in patria, è stato vissuto come un tradimento da parte della Russia, che ne avrebbe dovuto garantire la sicurezza e il fragile equilibrio con i potenti vicini azeri e invece ha voltato le spalle agli armeni. Da qui il risentimento di questi ultimi e il progetto di una cauta emancipazione dalla tutela di Mosca, forse troppo assorbita dalla sciagurata guerra contro l’Ucraina per impegnarsi a fondo in Armenia.
L’Armenia, lembo più meridionale dell’ex Unione sovietica, è chiusa ermeticamente su due dei suoi quattro confini. Aperti i valichi con la Georgia a nord e con l’Iran a sud, la piccola Repubblica armena ha sinora vissuto senza comunicazioni dirette con l’Azerbaigian a est e la Turchia a ovest. Benedetta sia da Washington sia da Teheran, oltre che nei rapporti bilaterali la bozza di accordo con Baku apre uno scenario promettente nell’intera regione del Caucaso meridionale. Si prevedono l’apertura delle frontiere orientale e occidentale, in particolare del valico di Akhurik con la Turchia, controlli doganali snelli e il ripristino di un tratto nevralgico di ferrovia, Nrnadzor-Agarak, al confine meridionale, che unisce Azerbaigian, Arnenia e Turchia lambendo l’Iran. Gli azeri ne beneficeranno con il contatto diretto che si stabilirà con la loro exclave occidentale del Nakhichevan, sino a oggi isolata, e per l’apertura di una via di comunicazione con la Turchia e il Mediterraneo (corridoio di Zangezur). Gli armeni potranno contare su una normalizzazione del traffico e dei rapporti con Ankara, a lungo avvelenati dalla storia.
Prende forma insomma un disegno di integrazione delle infrastrutture e di cooperazione regionale che può favorire il superamento di tensioni radicate nel tempo e di forti diffidenze. Ci saranno vantaggi per tutti, sempre che l’Azerbaigian non ponga altri ostacoli o condizioni, come una modifica della Costituzione armena, alla firma e poi al rispetto dell’accordo. A Erevan sono pronti e sperano di formalizzarlo quanto prima. È positivo che l’Osce, l’Ue e l’Italia abbiano salutato con favore l’intesa e il processo avviato.
In parallelo, con molta gradualità va avanti una marcia di avvicinamento all’Europa. Il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, e i suoi ministri, rappresentanti di una nuova generazione politica, sanno di doversi muovere con cautela, ma assecondano la richiesta di attenzione all’Europa. Potrebbe essere l’inizio di un cammino virtuoso, distensione bilaterale, collaborazione regionale e sponda europea. A Erevan si parte dalla base. L’iniziativa è venuta dalla raccolta di firme di decine di migliaia di persone che hanno sollecitato il Parlamento a dibattere e a pronunciarsi, in due letture, su un impegno di collaborazione con l’Europa. Il quale è stato adottato in questi giorni a larga maggioranza. Ora si tratta di dare sostanza alle attese dell’Armenia, evitando promesse europee irrealistiche e concentrandosi su un’agenda possibile, concreta, anche per consolidare una dirigenza coraggiosa, interessata a guardare avanti.