“Lavoro migrante”: Vardan Galstyan. (Gazzetta dell’Emilia 12.05.24)

Senza la ricerca la vita si ferma.” Lo dice con gli occhi mobili della curiosità intellettuale, prima che con le parole. E’ un fisico di formazione e di professione, Vardan Galstyan. Armeno, italiano di adozione. Si è laureato e ha conseguito il dottorato di ricerca presso la più importante Università di Erevan, capitale dell’Armenia. Fisica dei semiconduttori e microelettronica, questa la sua specializzazione. Dallo scorso anno lavora a Parma, all’Imem-CNR, Istituto dei materiali per l’elettronica e il magnetismo. Dopo Brescia e Trieste, capolinea della sua prima migrazione. Accolto dalla comunità scientifica del Ictp, International Centre of Theoretical Physics.

A Trieste, le relazioni sono vivaci e multiculturali. La ricerca è un comune denominatore capace di mettere insieme provenienze territoriali diverse.  “Il mio rapporto con l’Italia comincia a nord est, al confine. Trieste è una città bellissima. L’Ictp aveva una partnership culturale e di ricerca con l’Università armena nella quale ho completato il ciclo di studi universitari e dove ho fatto il dottorato di ricerca. Ho vinto un fellowship per un training e ho trascorso più di un mese a Trieste. Il gruppo di ricerca era composto da colleghi di provenienze diverse. Sono stati loro a dirmi che a Brescia avrei potuto trovare ricercatori interessati a me come studioso, perché stavano sviluppando ricerche nel mio stesso ambito: lo studio dei materiali per semiconduttori”.

E’ il la d’inizio del dialogo tra il ricercatore e l’Italia. A facilitarlo è la comunità scientifica triestina. “Sei giovane, devi fare un’esperienza all’estero. Così mi hanno detto. Allora, ho deciso di visitare il laboratorio dell’Università di Brescia.” Dalla visita alla decisione di lavorare e rimanere in Italia il passo non è breve. “Lo stesso messaggio della comunità triestina arrivava anche dalla città lombarda. Ero indeciso. Io vengo dalla capitale dell’Armenia, dove ho studiato e vissuto. Mi piace Erevan, la mia città. Ho pensato di tornare in Armenia e di fare qualche collaborazione. Non volevo andarmene dal mio Paese.

Il richiamo dell’Armenia è forte, ma Trieste è contagiosa e la bora spinge allo spostamento. “Una donna ucraina conosciuta all’Ictp di Trieste era coniugata con un ricercatore impegnato professionalmente a Londra. Lei viveva per sei mesi in un Paese e per sei mesi in un altro. Ho pensato parecchio al loro stile di vita. E alla mia possibilità di trasferimento. Ma io volevo ritornare nella mia città.”

Erevan, Armenia, 2008: Vardan Galstyan ritorna. Un’assenza breve eppure il clima è cambiato. “In quel periodo sembrava che l’Armenia avesse innestato la retromarcia. Sembrava che il Governo di allora non fosse interessato alle persone intelligenti. Ho detto a me stesso: no, se è così allora io vado via. Mi sono ritornati alla mente i suggerimenti dei colleghi. Ho ripensato alla signora ucraina, alle sue andate e ai suoi ritorni. Avevano detto bene, gli italiani. Avevano ragione. Per me era arrivato il tempo di fare un’esperienza in un altro Paese. E ho scritto al Professore Giorgio Sbreveglieri, docente all’Università di Brescia e titolare della cattedra e referente del filone di ricerca vicino ai miei interessi scientifici. Trenta minuti di attesa e la mia mail aveva già ricevuto risposta. Sono partito per l’Italia, di nuovo.”

I documenti, la lingua, le relazioni sociali, la stabilità. Una migrazione supportata da un gruppo di ricerca che lo attendeva. Ma sempre una migrazione. “Il primo contratto di lavoro era di breve durata: due settimane. Poi ho vinto un concorso. Il mio primo significativo contratto in Italia era di un anno e mezzo.” E la relazione del ricercatore armeno con l’Italia mette radici. “Il Professore mi chiedeva: ti piace il Paese? Ho paura che tu te ne vada.

L’inglese è la lingua del lavoro, per la comunità scientifica, a Trieste e a Brescia e nei centri di ricerca del mondo. Ma la lingua italiana è necessaria per la socialità fuori dal lavoro e anche al lavoro. “Siamo usciti per fare i documenti necessari alla permanenza in Italia e io ho pensato che mai avrei imparato l’italiano. Mi sembrava difficile. Una lingua articolata e complessa. Ho sempre creduto di avere predisposizione per le discipline scientifiche, di potere studiare e capire la fisica e la matematica. Ho sempre temuto di non riuscire a imparare dignitosamente una lingua, soprattutto l’italiano. Anche se ho sempre guardato i film in lingua italiana e – sorride – naturalmente ho sempre ascoltato le canzoni famosissime di Toto Cutugno.”

Invece l’italiano diventa uno strumento di comunicazione privilegiato per il ricercatore. Per due giorni alla settimana, di sera, si affida a un docente in pensione, che tiene un corso di lingua rivolto ad adulti migranti, dalle cinque del pomeriggio fino alle sei e mezza. “Il mio insegnante Mauro era molto bravo. A lui devo l’italiano che parlo oggi. Livello A1, poi il livello A2. Quindi, la conversazione. Quando ho cominciato a capire la lingua ho cominciato a sentirmi a casa in Italia.” Che cosa faceva sentire a casa il ricercatore Vastan Galstyan? Il sorriso si trasforma in una risata trattenuta. “Tutto mi faceva sentire a casa. Anche la burocrazia. E’ un po’ strano da dire. I miei amici e i miei colleghi mi dicevano: hai imparato molto bene anche a gestire i documenti a fare richieste agli uffici. Non ho imparato, ribattevo.  Anche da noi è così. Per raggiungere un punto B da un punto A non puoi tracciare una retta: il percorso è tortuoso. Mi sentivo bene in Italia. Quando il Professore mi ha proposto la proroga io sono rimasto. Poi c’è stata una trasformazione organizzativa. E ho cominciato a collaborare con il dipartimento di Ingegneria dell’Informazione. Intanto conoscevo la città. A Brescia, al sabato e alla domenica visitavo le Chiese, i luoghi culturali per purificare il cervello, la testa. Ogni giorno puoi trovare qualche cosa di molto bello.

L’italiano è la lingua della relazione sociale e l’inglese è la lingua del lavoro. “Scrivo articoli e progetti in inglese. Non sono madrelingua. L’italiano lo leggo e faccio esercizio ogni giorno, ma non sono mai soddisfatto. Penso che lo dovrei parlare molto meglio.

 

 

La lingua ha permesso di tessere un fitto ordito di contatti. “Torno in Armenia ogni anno. Quando sono in Italia mi manca l’Armenia. E quando mi trovo in Armenia mi manca molto l’Italia. Come lavoratore sono cresciuto in Italia. Dopo il dottorato ho cominciato qui il mio primo lavoro. Ormai conosco più persone in Italia che in Armenia.”

Quali sono state le difficoltà di integrazione? “Mai ho avuto la sensazione di essere uno straniero

Forse è l’effetto dell’accoglienza della comunità scientifica, nel nome della ricerca e di un interesse culturale alto. “Prima del trasferimento a Brescia, qualcuno mi aveva detto del tratto caratteriale di chiusura dei bresciani. Non l’ho riscontrato. Forse lo hanno nascosto molto bene! Quando andavamo da qualche parte, io dicevo: vado io per primo e se dicono qualche cosa io dirò: io sono straniero! E tutti ridevano della mia battuta. Ho avuto una possibilità di andare negli Stati Uniti. Ma non sono andato. Mia sorella abita a Rennes, in Francia. Quando ho una vacanza lunga vado in Armenia e quando ho una vacanza breve vado da mia sorella. La mia difficoltà di integrazione è stata soprattutto all’inizio. Quando capivo poco la lingua. Non capivo le battute. Impossibile trascorrere tempo in compagnia in modo leggero.”

A Brescia fino allo scorso anno. Dove avrebbe potuto anche insegnare. “Io prediligo la ricerca. Ho bisogno di fare ricerca. Per questo motivo ho cercato una possibilità presso il Cnr. L’Imem) di Parma, Istituto per i materiali elettronici e del magnetismo (in capo al Consiglio Nazionale delle Ricerche, ndr) è molto vicino al mio campo di studi.”

Da Erevan a Parma, dalla capitale armena a un capoluogo di provincia emiliano. “Parma è una città vivace. L’Università è più importante di quella di Brescia. Ma è difficile attraversare la città: non c’è la metropolitana. Sarebbe molto utile. Io viaggio molto e mi rendo conto di quanto siano importanti i mezzi di trasporto pubblico, agili e frequenti. Lo penso ogni volta che torno a Erevan oppure a Brescia.”

Erevan e la storia del Paese sono presenti e vivi nella memoria del giovane studioso. “La storia del Paese è travagliata. A partire dall’inizio del secolo scorso. Le date periodizzanti raccontano parzialmente gli eventi. Il genocidio degli armeni è datato 1915. Ma è stato anticipato largamente da diverse ondate di eventi. Che si sono alternati e più di una volta con sfumature diverse rispetto a come sono state raccontate le cose. I rapporti degli ambasciatori descrivono la dinamica della successione degli eventi in modo più realistico rispetto alla narrazione proposta successivamente. L’Armenia è un Paese che conta un alto numero di suoi cittadini residenti in altri Paesi. Intorno, un groviglio di confini amministrativi definiti a tavolino durante il regime comunista.  Verso la fine del regime sovietico, io ricordo la tensione all’autonomia dei territori d’intorno. Anche se io sono cresciuto in una parte della città dove c’era tutto. Ho fatto diversi tipi di sport. Negli anni Novanta l’Armenia non era un Paese molto ricco ma per me la vita è stata normale. Per molte altre persone la vita, invece, è stata difficile.

La comunità armena in America conta due milioni di persone, in Francia forse un milione.

Fuori dall’Armenia vivono circa dieci milioni di armeni, mentre in Armenia la popolazione è di tre milioni e duecentomila persone.

L’Armenia è un Paese che ha sempre avuto forti collegamenti con gli Stati Uniti e con l’Europa. Quasi tutte le famiglie avevano un componente fuori dai confini. Anche in Libano e in Siria vivono comunità armene. Abbiamo sempre avuto contatti molto diretti con molti Paesi del mondo. Altre persone si sono trasferite in Russia. In Russia ci si sente molto bene. E’ un Paese molto sviluppato. Quando parli con la gente, capisci che il Governo è una cosa e il popolo è un’altra.

Un’abitudine culturale radicata alle relazioni sociali fuori dai confini. “Solo ora capisco che non siamo mai stati sovietici fino in fondo. Perché non sono mai sbiaditi i rapporti culturali con chi sta fuori dai confini.”

Vai al sito