La prima volta che sentii parlare dell’Armenia, «culla dell’umanità» (Tempi 29.03.25)

Ho visto un film dedicato a un grande musicista armeno, Komitas Vardabet (padre Komitas). Si intitola Soghomoni yergery, in inglese Songs of Solomon, cioè Canti di Salomone. È del 2019, diretto da Arman Nshanian. Nessuna catena televisiva lo ha messo in programma, da voi in Italia
Vi chiedo: guardatelo. Dà speranza, non una tipo fiorellino plasticato, ma una speranza come miele di roccia. Komitas… Lascio echeggiare questo nome nella memoria del mio avatar. Prima di rinascere Molokano, in un villaggio armeno del Caucaso Meridionale, presso il lago di Sevan, ero un giornalista italiano. Non avevo mai sentito neppure parlare di Armenia, tanto meno di genocidio. Sapevo dell’esistenza di armeni ma come fossero provenienti da un’Atlantide asiatica, avvolta nelle nebbie come Avalon, un Eldorado sprofondato nelle viscere del mito, senza neppure le lampade di Aladino.
Una notizia non pervenuta
Finché nel luglio del 2001 mi arrivò una telefonata da Ravenna. Cristina e Riccardo Muti mi chiedevano di far parte della loro carovana che andava a Erevan (Erevan? Mai sentita) e poi a Istanbul (quella sì). In Armenia e in Turchia per costruire con la musica un ponte per la pace. Ero già stato con loro a Sarajevo e poi a Beirut. Salii dalla pista di Rimini a bordo dell’aereo ornato di scritte in un alfabeto ignoto.
Ero tramortito e sonnambulo per la troppa crudeltà di Genova dove si era svolto il G8, con la morte di Carlo Giuliani, le devastazioni, i pestaggi nella scuola Diaz. Non sapevo nulla della ferocia un milione di volte più sistematica e totalitaria. Il genocidio armeno. Una notizia non pervenuta, come capitava una volta per la temperatura di una città della Lucania, non aveva lasciato un rigo sui miei libri di liceale, sui taccuini di inviato nel mondo: zero, era passata la scopa dell’opportunismo e della cattiva coscienza a spazzar via i rimasugli di corpi frantumati.
«Un’isola cristiana tra elementi asiatici estranei»
Quando mi siedo giaccio nell’ignoranza. Non ne so ancora nulla. Niente di niente. Mi ero portato in borsa Imperium il volume di Ryszard Kapuscinski con i suoi reportage dalle repubbliche e dai territori della disciolta Unione Sovietica. Lessi, trovai. Descriveva «una solitaria isola cristiana in mezzo a un mare di elementi asiatici a loro estranei». Parlava di «capitoli bianchi nel manuale di storia». Di «un’ascensione vertiginosa, seguita da una vertiginosa caduta». Qui – scrisse quel polacco, il più grande reporter del XX secolo – c’è «la culla dell’umanità». Anzi c’era.
Chi ha strozzato, impiccato, trascinato tra i rovi quella bimba da Dio chiamata Armenia? Se ne stava lì da millenni, dal volto vecchissimo e gli occhi azzurro-neri, dai riflessi di cobalto e di comete persiane. In certi quadri lombardi del cinquecento lasciano che la Madonna tenga in braccio il Gesù Bambino già pieno di rughe, e lei lo guarda felice e triste, il cuore trafitto dalle lame. Non scrive “genocidio”, Kapuscinski. Usa altre parole: «Nel 1915 in Turchia cominciò il massacro degli armeni. Fu nella storia il maggior eccidio prima di Hitler, un milione e mezzo di armeni vi persero la vita».

Il sultano lunatico e le chiese bruciate
In un punto lo scrittore polacco ha sbagliato. Non cominciò tutto nel 1915. Nel 1894-95 sotto il sultano Hamid II ci fu il prologo. Accadde in Anatolia. Fino ad allora turchi e armeni vivevano fianco a fianco, amici tra amici. Ma il lunatico sultano, d’accordo con gente golosa dei beni di quegli strani abitanti cristiani dell’impero ottomano, ordirono e portarono a compimento un massacro che non risparmiò miriadi di ragazze e spose che si erano barricate nelle chiese: i predoni del sultano le incendiarono, morirono a migliaia. In tutto perirono trecentomila armeni.
Komitas è lontano dalla sua città natale, è diventato prete. Ma la sua voce – la più bella del mondo secondo tantissime testimonianze – inondava ancora la sua Kütahya, nella zona più occidentale dell’Anatolia, dov’era nato nel 1969, col nome di Soghomon (Salomone) Soghomonyan. Lo scrittore polacco accennava alla storia misteriosa di Komitas. Essa si impastò con la mia vita.
Il mio avatar italiano racconterà questo mistero. In attesa che qualche coscienza nei mondi della Rai o delle grandi reti si smuova, cancelli la censura omertosa, e consegni il film (oggi attingibile in lingua armena con sottotitoli in inglese) alle vostre da me amate genti.