Golden Apricot 2024 – Emily Mkrtichian • Regista di There Was, There Was Not (Cineuropa 17.07.24)

Abbiamo parlato con Emily Mkrtichian, il cui straziante ma commovente documentario There Was, There Was Not [+], che ritrae quattro donne dell’Artsakh, il territorio armeno recentemente annesso dall’Azerbaigian, ha appena ricevuto il premio FIPRESCI e una menzione speciale nel concorso regionale del 21mo Golden Apricot International Film Festival (leggi la news). L’autrice ci parla dell’accoglienza del pubblico in Armenia e delle complicate emozioni che ha provato durante le riprese e dopo aver completato il film.

Cineuropa: Ha realizzato un film emozionante e commovente: molte persone alla proiezione a cui ho assistito stavano piangendo. Che tipo di feedback ha ricevuto dopo aver proiettato il film a livello locale?
Emily Mkrtichian:
 La cosa che mi è stata detta più spesso dopo la prima proiezione, che mi ha sorpreso e che forse è stato anche il miglior complimento che potessi ricevere, è che ha fatto sì che molte persone si confrontassero e provassero emozioni profonde su qualcosa a cui avevano cercato di sfuggire. Farlo in una sala con un gruppo di persone e in presenza delle storie di queste incredibili quattro donne è stato catartico. Questa era la mia più grande speranza nel realizzare il film, poiché ho vissuto un processo simile durante il montaggio: guardare profondamente a qualcosa che volevo dimenticare o negare, e condividere l’esperienza con altre persone che l’hanno vissuta. Siamo stati in grado di elaborare il lutto insieme e di trovare la guarigione e la forza attraverso queste storie.

Immagino che l’effetto del suo film sia amplificato anche dalla consapevolezza che recuperare l’Artsakh in questa fase sarebbe difficile. Come si sente in questa situazione?
Provo troppe emozioni per poter dare una sola risposta. Una parte di me piange la perdita di un luogo, mentre un’altra parte prova vergogna per questo lutto e vuole credere che vivremo di nuovo in queste terre. Catturare la bellezza dell’Artsakh e della sua vita per tanti anni con la mia telecamera, e ora condividerne la memoria, mi ricorda che il cinema e la narrazione sono magici. Documentano un certo tempo e un certo luogo, mantenendolo vivo per sempre. Spero che queste immagini dell’Artsakh non siano solo un archivio del passato, ma anche un sogno per il futuro.

Qual è stata la motivazione iniziale che l’ha spinta ad avvicinarsi a questi quattro personaggi femminili e come li ha trovati?
Ho incontrato tutte queste donne mentre trascorrevo del tempo in Artsakh. Nel 2017 ho girato un cortometraggio lì e ho conosciuto Sveta. Ho anche insegnato un mese in un workshop di regia in un centro di tecnologia creativa, dove ho incontrato Sose – le giovani donne della mia classe avevano scelto di realizzare un documentario su di lei. Ho conosciuto Siranush e Gayane grazie ad amici comuni. Mi interessava capire come le donne, di età e professioni diverse, lottassero per ottenere maggiori diritti, vivessero una vita piena e rendessero il loro paese migliore per coloro che le circondano e per le generazioni future. Ho filmato con tutte e quattro per quasi sei anni e siamo ancora molto unite.

Il film mostra filmati di Artsakh sotto assedio, fornendo una visione unica della situazione.
Non avevo intenzione di imbattermi nella guerra durante la realizzazione di questo film; doveva essere una storia sulle conseguenze del conflitto e sul ruolo delle donne nel lavoro per la pace. Quando è scoppiata la guerra, mi trovavo in Artsakh per girare quelle che pensavo fossero le scene finali. Poi tutto è cambiato. Sono rimasta e ho filmato durante la guerra, non mi è mai sembrato che non farlo fosse un’opzione. Tutte e quattro queste donne hanno scelto di rimanere e di lavorare per la sicurezza di coloro che le circondavano, quindi era impossibile pensare che non avrei fatto lo stesso. Ho anche visto che i giornalisti stranieri erano interessati solo a immagini sensazionali della guerra e a raccontare le stesse storie. Mi è sembrato importante documentare un lato del conflitto che raramente vediamo: le donne che lo subiscono e che ricostruiscono quando è finito.

Com’è stato il processo di montaggio?
Dopo aver girato per quasi sei anni, disponevo di un ampio materiale. La sfida più grande nel montaggio è stata quella di aver filmato essenzialmente due storie: una prima della guerra e una dopo. Ci sono voluti anni per capire come farlo in modo onesto ed etico, senza affidarsi al sensazionalismo. Alla fine ho dovuto lavorare io stessa con il girato per capire cosa volevo dire, come volevo che apparisse e il linguaggio necessario per esprimere tutto questo. Una volta chiarito questo aspetto, ho trovato una partner per il montaggio, Alexandria Bombach, che ha ascoltato, compreso la mia visione ed elevato il film con le sue abilità sensibili e magistrali.

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